Charlotte Bronte

“Villette” di Charlotte Brontë

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Di solito, quando si scrive la recensione di un romanzo, si cerca di non rivelarne, per intero, la trama; così come, invece, ci si sofferma generalmente sui particolari più salienti di quest’ultima per invogliare il lettore alla scoperta del testo e stuzzicarne la curiosità. Nel caso di Villette di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1853, due anni prima la morte della sua autrice, è quasi impossibile non cominciare proprio dalla fine, svelando in questo modo il culmine di una vicenda che ci trasporta con sé per più di 600 pagine, per poi abbandonarci all’improvviso, attoniti, su una spiaggia ingombra di relitti dopo una tempesta, al termine dell’ultimo capitolo “Finis”.

Villette è, difatti, l’unico romanzo di Charlotte Brontë a non concludersi con un lieto fine. La protagonista, Lucy Snowe, non riuscirà ad unirsi all’uomo che ama e a godere di quell’opportunità che la vita finalmente le ha concesso. Ciò non sembra accadere per caso, se si tiene conto del contesto in cui il libro è nato: Charlotte inizia Villette dopo aver perduto, nel giro di soli otto mesi, il fratello Branwell e le sorelle Emily ed Anne, stroncati dalla malattia.
Il dolore e la tristezza sperimentati spingono probabilmente l’autrice a scrivere un’opera che diverge leggermente dalla struttura degli altri romanzi precedenti (Jane Eyre, Shirley) e più fedele allo stato d’animo del momento. Di conseguenza, Villette non può essere definito una storia d’amore, quanto una storia di coraggio, di resistenza, di sacrificio. La protagonista conosce la felicità, ma impara a vivere dell’assenza di essa, come la sua creatrice.

Lucy Snowe è una giovane donna di 23 anni che decide di lasciarsi alle spalle i grigi sobborghi inglesi in cui è nata e ricominciare da zero in Belgio, a Villette (città immaginaria plasmata da Charlotte Bronte sul modello di Bruxelles). Povera e indigente, senza parenti né amici, Lucy riesce a superare l’iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria vita: assunta come governante nel collegio femminile di Madame Beck, ne guadagna la fiducia e in breve tempo viene promossa al grado di istitutrice. «Priva di uno spirito avventuroso, indifferente agli impulsi di un’ambizione pratica», non bella né particolarmente intelligente, come si definisce, Lucy osserva lo scorrere placido dei giorni da dietro le quinte della sua esistenza: «tre lutti» hanno funestato il suo passato, rendendola sorda e indifferente ai piaceri del mondo, ai pregiudizi della società, alle critiche dei benpensanti; ma la passione, l’istinto alla vita, non sono ancora del tutto cancellati in lei: messa alle strette, chiamata a difendere se stessa e le proprie idee, Lucy sa reagire e combattere, consapevole che, se la vita non la vedrà vincitrice, perlomeno nulla avrà perso agli occhi della propria coscienza.

La continua tensione tra «Ragione» e «Sentimento» consente alla protagonista del romanzo un’analisi attenta e vigorosa dei tipi umani che la circondano; vizi e virtù vengono soppesati secondo la giusta dose di umanità e intransigenza posseduta da chi ha sofferto e patito più degli altri e in silenzio (memorabile il ritratto di Madame Beck, la direttrice del collegio, estremamente abile nell’arte di “pedinare” le sue dipendenti). L’attenzione di Lucy è attratta in particolar modo dai due personaggi maschili principali: Graham Bretton, l’amico d’infanzia divenuto un brillante medico, dal carattere solare e generoso, ma poco incline all’empatia; e l’autoritario, passionale, professor Paul Emanuel, sempre prodigo di consigli mai richiesti e imperterrito censore della condotta femminile fuori e dentro il collegio. Entrambi, seppure con ruoli diversi, porteranno Lucy a confrontarsi con un sentimento fino a quel momento per lei sconosciuto: l’amore romantico.

Ma una tempesta è in arrivo. Il vento soffia da ponente, addensando sul mare banchi di nuvole sempre più minacciose: «L’uomo non può fare profezie. L’amore non è un oracolo», afferma Lucy amaramente all’inizio del capitolo “Finis”, nella tragica consapevolezza che, nel mondo reale, nulla può essere dato per scontato e l’amore stesso non assicura la salvezza. Solo l’immaginazione aiuta a lenire il dolore e il raccontare, il raccontarsi, a dimenticare se stessi, permettendo di sopravvivere.

1 commento

    • Maria Teresa
    • 30 maggio 2016

    Il romanzo “Villette” può essere considerato il capolavoro della Bronte solo da chi la ama assai poco, fra questi, in passato, il critico e mediocre scrittore Lewes che la consigliò, fra l’altro di leggersi attentamente Jane Austen: autrice Ladylike, di temperie perfetta, priva com’era di sentiment and poetry.
    Villette è un libro introspettivo, da far leggere allo psicoanalista che pretenderebbe giustamente il compenso per la sua dura fatica. E’ noto che l’autrice penò molto a realizzarlo, e si capisce, come non cadere in depressione nel mettersi a ritessere il percorso della propria esistenza seguendo le tristi acque di un fiume mischiato ormai alle acque dell’Acheronte, dove raramente il sole si affaccia e la luna non accarezza le ragioni del cuore? Charlotte tesse le trame di un tappeto osservandolo all’arrovescio. Il diritto era nelle pagine splendide di Jane Eyre ed anche in molte sequenze di Shirley. Ma con nodi e intrecci e faticose trame i critici si sentono a loro agio perchè, in genere sono scrittori senza talento e temono chi, come Charlotte, ha sentiment and poetry.

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