“Il signore delle mosche” di William Golding

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Un’isola deserta, chilometri di spiaggia finissima e incandescente, il verde profondo di una foresta acquattata all’ombra. Un paradiso selvaggio che aspetta solo di essere scoperto, stregato e conquistato. Questo devono aver pensato i ragazzi protagonisti dell’opera più fortunata di William Golding, Il signore delle mosche, dopo essere sopravvissuti all’incidente aereo che li ha resi orfani di qualsiasi figura appartenente alla sfera dell’autorevolezza adulta. Non a caso, le prime ore successive al disastro vengono vissute in uno stato di esaltazione per nulla trattenuta: una volta appurato che sull’isola non c’è nessun “grande”, gli ex studenti con divisa e mantello inglesi manifestano la gioia prepotente e incontrollata tipica dell’ergastolano che abbia ricevuto improvvisamente la grazia. Finalmente liberi di giocare e disporre a piacimento del proprio tempo, i ragazzi cercano comunque di adottare delle basilari regole di convivenza, nell’attesa magari, ma senza troppa fretta, che il mondo civile venga a recuperarli. Si organizzano delle adunate, si decide il diritto di parola spetti a chi terrà in mano la grande conchiglia marina trovata da Ralph, il capo della nuova colonia. Si costruiscono dei rifugi per la notte, i frutti degli alberi vengono proclamati commestibili, i membri del coro guidati da Jack si occupano di tenere il fuoco acceso e cacciare i mammiferi presenti sull’isola.

Ben presto, però, lo specchio di tale favola antica comincia a incrinarsi: i bambini più piccoli vengono lasciati a se stessi, sporchi e con le pance gonfie; le capanne cascano perché nessuno se ne cura; si vocifera di una “belva” nascosta tra gli anfratti della foresta, avente il dono dell’invisibilità; il fuoco sulla montagna, alimentato di continuo per offrire un segnale a probabili salvatori, si spegne dietro la goliardia dei cacciatori intenti a braccare la preda ferita a morte. È in quel momento che il sodalizio tra Ralph e Jack – rappresentanti, rispettivamente, l’uso della ragione e della forza fisica – si rompe: «Ralph si accorse che cominciava a capire come fosse faticosa quella vita, nella quale ogni sentiero era nuovo, e una parte considerevole del tempo in cui si stava svegli si doveva passarla a guardarsi i piedi». Al contrario di Jack, che considera l’isola un gioco formidabile attraverso cui imporre la propria volontà e soddisfare ogni desiderio impellente, Ralph riconosce la situazione sua e degli altri per quella che è realmente: un pezzo di esistenza sperduto in mezzo all’oceano, impossibile da controllare appieno. Ciò che resta è rimanere fedele a se stessi, alla propria umanità: mentre Jack e i suoi seguaci sembrano regredire a una condizione “primitiva”, fatta di orge a base di carne e riti pagani per sconfiggere il terrore del soprannaturale, Ralph lotta disperatamente per preservare una coscienza che lo renda ancora capace di distinguere il bene dal male.

Ma la tesi portata avanti da Golding nel suo romanzo lascia poche speranze, in questo senso: secondo l’autore la natura dell’uomo è sostanzialmente malvagia; non esiste un animo tanto forte o integerrimo da resistere al fascino della perversione. I giovani, in particolare, proprio perché dotati di una personalità ancora incompiuta e maggiormente insofferente a dogmi e restrizioni, fanno da “ripetitori” alla parte più oscura del loro inconscio. La superiorità del male – il “signore delle mosche” simboleggiato da una testa di maiale infissa su di un palo, è confermata dalla totale assenza di una qualche provvidenza divina: nessun dio o sentimento religioso sembra governare l’universo creato da Golding; solo il caso, alla fine del romanzo, impedirà la rovina totale.

Vittime sacrificali di questa discesa agli inferi sono i personaggi che vengono percepiti dal branco come diversi: Piggy, grasso e miope, ma dotato di una capacità di ragionamento che lo fa simile a un adulto; il fragile Simone, il cui nome in ebraico vuol dire “Dio ha ascoltato”, è l’unico testimone della verità, tanto estrema da finire per soccombere a essa. Gli altri ragazzini capiscono subito da che parte stare: seppure «demente» e basato sulla paura, il gioco di cui Jack ha fissato le regole appare sempre più rassicurante di una vita all’insegna dell’incertezza. Perché ostinarsi a cercare di comprendere la realtà, esteriore e interiore, rischiando il continuo fallimento, quando la propria, vera natura è lì che preme per uscire, promettendo godimenti di ogni genere? L’opera di Golding indica il fallimento del concetto stesso di libertà, quando questa viene perseguita senza freni, senza alcun autocontrollo.

La figura di un ufficiale di marina, intento a fissare una nave militare all’orizzonte, è l’ultima immagine regalata ai lettori. Anche lui è parte di un gioco terribile, quello della guerra, che miete vittime e non risparmia i diversi. Perché il mondo, alle volte, può essere nient’altro che un’isola.

In mezzo a loro, col corpo sudicio e il naso da pulire, Ralph piangeva la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy.

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