“Grandi speranze” di Charles Dickens

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Leggere Grandi speranze di Charles Dickens può significare, da un certo punto di vista, principalmente la speranza di arrivare alla fine di tale romanzo. Non per la mole di pagine in questione (gli scrittori sadici sono altri), né per il carattere di stampa lillipuziano scelto dalla casa editrice; quanto per il sentimento di impazienza che, alle volte, troppe volte, si impadronisce dell’ignaro lettore. Ciò accade, in sostanza, per la passività del protagonista e io narrante del libro, Pip Gargery, giovane fabbro apprendista catapultato dalle paludi nebbiose del Kent al centro asfittico e malsano della metropoli di Londra: venuto in possesso di un’ingente rendita per conto di un anonimo benefattore, il ragazzo può finalmente coltivare “grandi speranze”, progettare un futuro diverso e diventare un perfetto gentleman inglese. Per Pip, orfano di entrambi i genitori e «tirato su con le mani» dalla sorella più grande, è il momento del riscatto, dell’abbandono definitivo di un’infanzia vissuta tra mille vessazioni e mitigata soltanto dalla figura affettuosa di Joe, il cognato, anche lui incapace di contrastare il tremendo carattere della moglie. La nuova esistenza del giovane, però, offre risvolti tutt’altro che esaltanti: l’educazione di Pip ai valori dell’upper class viene affidata a Mr. Pocket, ma non si capisce granché bene in cosa essa consista e in cosa, esattamente, il protagonista si impegni per affrontare il logorio di una vita comodamente trascorsa tra chiacchiere da salotto e tè pomeridiani. Di letture, quantomeno, ne accumula di certo parecchie. Altrettanto potrà dirsi dei debiti, con l’aiuto e la benedizione del migliore amico Herbert, con cui divide le giornate.

In conclusione, la mente di Pip non fa altro che arrovellarsi intorno alla continua analisi delle sue paure e insicurezze, ma senza concludere poi molto, in bilico tra un presente assolutamente incerto e un passato segnato da presenze inquietanti. Nonostante la fortuna capitatagli, egli è infelice e insoddisfatto. Addirittura più di prima. Sentiamo che, al di là di questa sorta di limbo psichico in cui il protagonista è immerso, qualcosa sta preparandosi comunque per accadere, ma nulla sembra scalfire la sua incapacità ad agire, almeno per circa metà libro. Da qui, come si diceva all’inizio, l’impazienza che le pagine scorrano, che la storia vada avanti, in qualche modo, affinché gli indizi sparsi dall’autore tra un rigo e l’altro, e che Pip ignora con candida ingenuità, acquistino finalmente i contorni di una fisionomia precisa, e che lui ben conosce.

 

Il cielo sa che non dovremmo mai vergognarci delle nostre lacrime, perchè sono pioggia sulla polvere accecante della terra che ricopre i nostri cuori induriti.

 

A complicare l’atmosfera, poi, la scelta di Dickens di inserire Pip in un valzer di personaggi nevrotici, corrosivi e pieni di manie, indagati con sottile umorismo e puntuale lucidità analitica: la bella e altera Estella, orfana cresciuta senza cuore; Miss Havisham, lady mummificatasi in casa dal giorno delle sue nozze mancate; l’avvocato e tutore Mr. Jaggers, mefistofelico nell’aspetto e nella superbia con cui distribuisce condanne e assoluzioni. Quest’ultimo personaggio, in particolare, ci introduce in una Londra di fine Ottocento del tutto priva di attrattive, «brutta, tortuosa, angusta e sporca», abitata da un’umanità dolente e disperata, perennemente vittima di una gerarchia sociale che si alimenta del sangue e degli sforzi dei più poveri. Solo chi ha sufficiente denaro, un buon nome e un aspetto conforme ai canoni della rispettabilità e della pubblica convenienza, ha il privilegio di proclamarsi libero, interiormente e non. Pip lo impara a sue spese, quando il passato bussa improvvisamente alla sua porta, costringendolo a venire a patti con se stesso e a scoprire inaspettate verità. Da qui, un effetto domino capace di stravolgere il ritmo della narrazione, accelerandolo, e cambiare i connotati di ciascun personaggio.

Il protagonista, infine, diventa pienamente adulto attraverso l’esperienza del sacrificio: per amore, rinuncerà alla donna di cui è innamorato; per gratitudine nei confronti di chi ha speso la sua vita per lui, metterà a rischio la propria. Profondamente trasformato, finalmente consapevole degli errori commessi, ma padrone dei suoi sentimenti, Pip si appresta a vivere un’esistenza priva, magari, di “grandi speranze”, ma dignitosa e attiva. Il finale aperto del romanzo, d’altronde, ci lascia intendere che un cambiamento è sempre possibile, anche quando tutto sembra scorrere con estrema lentezza, placidità e inconsistenza.

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