“Eccomi” di Jonathan Safran Foer

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“Eccomi” è un libro sull’amore e sulla sua fine. Un libro dove può capire di incontrare in bagno Steven Spielberg e fare una scoperta sensazionale. Il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer è uscito lo scorso 29 agosto nelle librerie e racconta la storia di Jacob e Julia Bloch, una coppia ebrea – come in tutti i romanzi di Foer – con tre figli, Sam, Max e Benjy.
Nelle 665 pagine, il romanzo descrive fin nel più piccolo dettaglio quel momento in cui Jacob e Julia prendono consapevolezza che il loro amore è finito, senza che loro se ne accorgessero minimamente. Talmente occupati a prendersi cura dei figli, del lavoro, della casa e di quant’altro si possa immaginare, si dimenticano di loro. E l’inizio della fine, come ogni copione che si rispetti, arriva con la scoperta da parte di Julia di alcuni sms nel cellulare di Jacob.

Sinossi: «Eccomi.» Così risponde Abramo quando Dio lo chiama per ordinargli di sacrificare Isacco. Ma com’è possibile per Abramo proteggere suo figlio e al tempo stesso adempiere alla richiesta di Dio? Come possiamo, nel mondo attuale, assolvere ai nostri doveri a volte contrastanti di padri, di mariti, di figli, di mogli, di madri, e restare anche fedeli a noi stessi?
Ambientato a Washington nel corso di quattro, convulse settimane, Eccomi è la storia di una famiglia sull’orlo della crisi. Mentre Jacob, Julia e i loro tre figli devono fare i conti con la distanza tra la vita che desiderano e quella che si trovano a vivere, arrivano da Israele i cugini in visita, in teoria per partecipare al Bar Mitzvah del tredicenne Sam. I tradimenti coniugali veri o presunti, le frustrazioni professionali, le ribellioni e le domande esistenziali dei figli, i pensieri suicidi del nonno, la malattia del cane, anche i previsti festeggiamenti: tutto rimane in sospeso quando un forte terremoto colpisce il Medio Oriente, innescando una serie di reazioni a catena che mettono a repentaglio la sopravvivenza dello stato di Israele. Di fronte a questo scenario imprevisto, ognuno sarà costretto a confrontarsi con scelte a cui non era preparato, e a interrogarsi sul significato della parola casa.

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Dicono del libro: «Foer ha trovato le parole e il modo per consolare noi… Noi che amiamo, non amiamo più, ameremo sempre, noi che sapevamo tutto, eppure a un certo punto non abbiamo capito niente. Noi che attraversiamo momenti di debolezza perché siamo esseri di debolezza.» Chiara Gamberale, Vanity Fair.

«Foer agguanta il tema del confronto fra tradizione americana, ebraismo e intolleranza armata… con scrittura millimetrica dove ogni particolare è in primo piano, come in una tela di Seurat.». Gianni Riotta, La Stampa

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